Ritrovarsi

Si può pensare di vivere mantenendo saldi i propri sogni? I nostri sogni ci possono sopravvivere, senza necessariamente portarsi dietro la consueta scia di delusione? Credere fino in fondo che tutto è passibile di miglioramento è saggio o stolto? Le risposte a queste domande sono più d’una e si declinano diversamente persino all’interno della stessa vita, in momenti diversi per età e esperienza.
Teo, Jamal, Olimpia, Tito e tutti gli altri personaggi svampiti e singolari che si aggirano tra le pagine di questo che è un libro piccolo ma pieno di spunti, sono la testimonianza che è saggio credere nei propri sogni, variando magari di tanto in tanto la densità di fede, smussando angoli e arrotondando spigoli, ma mantenendo la purezza di pensiero, nonostante tutto.
Teo ha diciott’anni, è innamorato perso di Orsa, fa le farfalline ad ogni sorriso e ha la sindrome di Down, Jamal è venuto via dalla Palestina infuocata seguendo la linea dell’orizzonte, vive dove capita e fa ogni tipo di lavoro, Olimpia gira scalza estate e inverno, ama tutti gli animali, mangia solo piante e conosce a menadito l’uso del congiuntivo, Tito è rimasto agli anni Settanta, suona la chitarra per le strade di Roma e canta le canzoni di Bob Dylan, ha una sua filosofia di vita così pulita e profonda che ce ne vorrebbero tanti di Tito al mondo.
La singolarità di questi personaggi che sembrano tutti usciti dalla fantasia di una sognatrice che nella vita racconta favole ai bambini e ai grandi, cucina piatti meravigliosi e vive parte dell’anno senza luce né acqua corrente in un’isola siciliana, è invece di essere veri, persone in carne e ossa. Sono mixati l’uno all’altro, magari non si sono conosciuti tutti, magari non si sono neppure mai incontrati, ma sono tutti esistiti e lei, l’autrice di Poco mossi gli altri mari, li ha portati dentro la sua storia accompagnandoli con delicatezza nei loro destini – quelli veri – narrando per lo più, la loro vera vita.
E le storie di questi personaggi e di altri che incrociamo e sostano un po’ con noi, si intrecciano con riflessioni importanti sulle cose minute della vita e sui grandi temi esistenziali, aprendo spiragli di pensiero o forse semplicemente ricordando a noi lettori che stille di quell’innocenza e di quella voglia di stare al mondo senza sovrastrutture, ci albergano dentro e vanno solo lasciate libere.

POCO MOSSI GLI ALTRI MARI
di Giovanna Nigi
Edizioni Sensibili alle foglie, 2018
111 pagg.
euro 13,00

oggi è morto Vittorio Taviani

Era la fine degli anni Ottanta. Andai lì con il Nagra – il pesante registratore professionale con cui si lavorava allora – per raccogliere le loro dichiarazioni sulla radio. Mi accolsero con garbo. La casa era nella parte più bella di Monteverde Vecchio e dalla terrazza la vista era mozzafiato. Si capisce – pensai – perché le immagini dei loro film sono così perfette, quasi dei quadri. Furono gentili tutti e due, Vittorio più propenso a raccontarsi, più affabile. Da qualche parte devo avere ancora il nastro con le loro voci di allora, che raccontano una Roma, un cinema, un mondo, che non ci sono più.

UNO – ego a confronto

che cosa ci rende fragili? la solitudine? la mancanza d’amore? l’assenza di solidarietà? La consapevolezza che c’è poco da fare, che siamo burattini nelle mani di un signor Destino che assomiglia un po’ al Mangiafoco collodiano?

Le persone ci piacciono sempre meno. E noi piaciamo sempre meno alle persone.

Di sicuro a farci sentire ancora più soli c’è il nostro  ego infinito, che di questi tempi grami è diventato il totem intorno a cui gira il mondo. Non c’è osservazione, pensiero, azione che non parta da lì. E non è giusto che sia così? Da dove dovrebbe partire ciò che faccio se non da ciò che sono?

La norma dovrebbe essere: faccio  riferimento al mio ego e da lì mi muovo, ma non ho paura che l’ego dell’altro mi sovrasti e quindi mi lascio andare e accolgo, ascolto, guardo, osservo. Poi faccio i conti e permetto che il mio ego si modifichi in alcune forme, perché la comunicazione, lo scambio favoriscono e permettono questo.

 

Così è – dovrebbe essere – nella comunità umana che fosse tale, ancor più nella struttura familiare, profondamente nella struttura d’amore, tra coniugi, amanti, genitori e figli, amici, fratelli. Consisto, esisto e permetto a te di entrare nel mio mondo perché io possa entrare nel tuo e insieme trovare una via che sia il nostro mondo comune.

Una struttura poco solida, una consistenza molliccia, ondivaga  non ci permette la comunicazione vera, perché una struttura troppo debole non può confrontarsi con qualcosa di diverso da sé.

Fragili ego in giro per il mondo si incontrano e restano monadi, nel migliore dei casi, o si confondono l’uno nell’altro in una crescita virtuosa oppure si dissociano e si polverizzano, creando un doloroso vuoto, da riempire con le cose.

Ma ci sono anche gli scambi proficui. Forse meno di quanti ne vorremmo vedere, ma ci sono. Sono frammenti e non è la consuetudine, ma arricchiamoci di questo e riflettiamo sul nostro (comune) sentire.

E se abbiamo un dolore o una gioia e vogliamo comunicarla, facciamolo anche se l’altro sta lì in agguato a cercare nella memoria il suo ricordo che assomigli alla nostra gioia e o al nostro dolore per raccontarcelo e rimettere allineato il suo ego. Non ci dispiaciamo più del dovuto. L’accoglienza, l’abbraccio è anche questo nella comunità odierna, una continua autocoscienza, uno scambio di ricordi e di sensazioni perché nessuno prevalga troppo sull’altro, perché il mio ego non si spaventi e riesca a tenere il tuo al suo posto. Allineato.